Michela Murgia e “Accabadora”, cosa ne penso

Michela Murgia e Accabadora

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Ci sono libri che ti sorprendono, dai quali non ti aspetti niente e che poi ringrazi il cielo di aver letto. Uno di questi, per me, è stato Accabadora di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi nel 2009 e vincitore del premio Campiello nel 2010. L’autrice sarda negli ultimi anni si è conquistata una certa notorietà per le sue posizioni femministe e in molti la conoscono per questo motivo. Ma oltre a una intellettuale divisiva e dalla forte verve polemica, c’è anche una narratrice di indubbio valore letterario. E questo suo breve – ma assolutamente potente – romanzo ne è la dimostrazione.

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Perché ho letto Accabadora di Michela Murgia

Non avrei letto Accabadora se una persona importante non me l’avesse inaspettatamente regalato. Michela Murgia non mi è mai stata particolarmente simpatica, soprattutto perché legavo la sua immagine principalmente alle sue polemiche sul femminismo. Ma dopo aver letto questo suo breve, denso e piacevolissimo romanzo non posso che invitare chiunque non provi particolare simpatia per lei a superare le diffidenze e buttarsi in questa lettura. Ricordo di aver sentito molto parlare di Accabadora quando vinse il Campiello nel 2010, perché era il periodo in cui cominciavo a informarmi sui libri ed ero sempre attento alle notizie sui premi letterari. Non ebbi all’epoca la voglia di leggere questo romanzo, e forse è stato meglio così: probabilmente non l’avrei apprezzato come invece ho potuto fare oggi.

Cosa racconta

Accabadora racconta il mondo contadino della Sardegna di metà Novecento, post seconda guerra mondiale. Le protagoniste della vicenda sono Maria Listru e Bonaria Urrai. La prima è una fillus de anima, che nel dialetto sardo indica una bambina data in adozione da una madre che non voleva averla a una che, pur volendo, non poteva averla. La seconda, Bonaria Urrai, è la madre adottiva, una vedova sarta che però è anche l’accabadora del paese.

Come indicato nella quarta di copertina, l’accabadora è una persona che accompagna all’aldilà chi si trova sulla soglia della morte. Qualcuno di molto simile a un medico che stacca la spina a un malato terminale che si tiene in vita solo grazie ai macchinari.

Nel paese immaginario di Soreni, in Sardegna, ovviamente non ci sono macchinari che tengono in vita i malati, ma è molto interessante scoprire il rapporto che con la morte hanno questi contadini di metà Novecento. 

Michela Murgia, più in generale, rappresentata efficacemente la vita di paese, con i suoi maligni pettegolezzi e le lotte fratricide tra compaesani. Inoltre, il rapporto madre-figlia è ben esplorato e appare molto interessante il tema della disabilità, trattato con onesta crudezza.

Michela Murgia

Come è scritto Accabadora di Michela Murgia

Lo stile di Michela Murgia, il suo modo di scrivere, è di certo uno dei motivi che mi ha fatto apprezzare Accabadora. La sua scrittura – il paragone potrebbe sembrare a qualcuno blasfemo – mi ha ricordato in larghi tratti quella di Gabriel Garcia Marquez. Mi pare che del narratore sudamericano, Michela Murgia abbia soprattutto l’uso dell’imperfetto e del trapassato prossimo, tempi verbali che lasciano sospeso il lettore in una sorta di limbo fuori dal tempo. 

Credo poi che uno dei pregi principali sia la sua capacità di raccontare i personaggi e le loro vite. Certe descrizioni degli abitanti di Soreni sono davvero meravigliose. Un tono quasi fiabesco che mi ha davvero affascinato. 

Parlando di qualche aspetto un po’ più tecnico, il narratore della storia è esterno (cioè in terza persona) e la focalizzazione è interna variabile (cioè il punto di vista cambia a seconda della situazione). Questa scelta permette a Michela Murgia di raccontare pensieri e storie dei personaggi con una fluidità e una piacevolezza che sarebbe stata impossibile con altre scelte tecniche. 

Una citazione di Accabadora di Michela Murgia

Dal punto di vista stilistico, inoltre, mi ha molto colpito l’utilizzo delle similitudini, sempre azzeccate e con una forza figurativa che dà sempre qualcosa in più al racconto di certe emozioni, idee o sensazioni. A tal proposito, vorrei farvi leggere un piccolo estratto del romanzo in cui appare evidente anche una costruzione della narrazione che si ripete spesso e che trovo sempre piacevole ed efficace. 

“Come gli occhi della civetta, ci sono pensieri che non sopportano la luce piena. Non possono nascere che di notte, dove la loro funzione è la stessa della luna, necessaria a smuovere maree di senso in qualche invisibile altrove dell’anima. Di quei pensieri Bonaria Urrai ne aveva diversi, e aveva imparato nel tempo a prendersene cura scegliendo con pazienza in quali notti farseli sorgere dentro”.

Cosa ne penso, in conclusione

Arrivati a questo punto, credo sia chiaro il mio pensiero su Accabadora di Michela Murgia. Un romanzo che racconta una storia toccante con uno stile raffinato, ma non lezioso. Un libro che è una vera e propria carezza che però, al momento opportuno, si trasforma in sberla quando tratta alcuni temi con la crudezza che ci si aspetta da una scrittura onesta. Insomma, un romanzo che aggiungerei senz’altro ai 5 libri Einaudi tascabili da comprare assolutamente.

Donato Riello

Autore

Donato Riello

Donato Riello è laureato in filologia moderna presso l'Università "Federico II" di Napoli e insegna lettere nelle scuole superiori. Ha collaborato con vari giornali, tra i quali "Il Mattino". Nella sua città, Caserta, ha fondato un circolo letterario: si chiama "Il ritrovo del lettore".

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