Le notti bianche di Dostoevskij: verità e artificiosità

Copertina de “Le notti bianche”, foto di ©Un lettore

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«Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?»

Così si chiude Le notti bianche di Fedor Dostoevskij, un romanzo smilzo, lungo poco più di settanta pagine, pubblicato per la prima volta nel 1848 su rivista. L’autore, allora ventisettenne, avrebbe aperto la stagione dei grandi romanzi solo diciotto anni dopo con Delitto e castigo, per poi chiuderla nel 1880, un anno prima della morte, con I fratelli Karamazov. E che questo sia un Dostoevskij profondamente diverso da quello successivo è abbastanza evidente durante tutta la lettura.

La storia delle Notti bianche è raccontata in prima persona da un personaggio sognatore che incarna l’ideale romantico teorizzato da Schiller e molto diffuso nella Russia di quel periodo (del contesto storico-filosofico si occupa ampiamente Giovanna Spendel nell’introduzione all’edizione Mondadori). Il protagonista/narratore, chiuso nelle sue fantasticazioni, in quel suo «regno dell’ideale», una notte incontra una ragazza in riva al fiume e qui comincia il loro diaologo. Lui, anche se non vuole darlo a vedere, si innamora; lei dice di amarlo, ma come un fratello, o forse qualcosa di più, ma di certo non prova per lui lo stesso sentimento che prova per un altro uomo lontano.

Il triangolo è fatto e la storia va avanti con queste lunghe conversazioni, dove ognuno dei due racconta qualcosa di sé all’altro. Per quanto siano artefatti e irrealistici questi dialoghi («Sembra che parlate come un libro stampato», dice la ragazza. «So di parlare in tono sublime, ma dovete scusarmi, non so raccontare in modo diverso», risponde il giovane), i sentimenti che vengono espressi e le continue titubanze sono figli della realtà. Lo spiega bene André Gide nella postfazione:

«Il prodigio realizzato da Dostoevskij è proprio questo: ciascuno dei suoi personaggi – ed egli ne ha creato tutto un mondo – esiste dapprima in funzione di se stesso, e ciascuno di questi esseri intimi, col suo particolare segreto, si presenta a noi in tutta la sua problematica complessità; il prodigio è che sono proprio questi problemi quelli che ciascuno dei suoi personaggi vive, e dovrei anzi dire: che vivono alle spese di ciascuno dei suoi personaggi – problemi che si urtano, si combattono e si umanizzano per agonizzare o trionfare davanti a noi».

Anche io penso che la più grande qualità dello scrittore russo, quella che mi fa apprezzare ogni suo romanzo, sia costruire personaggi complessi che hanno nella testa un loro mondo, con le loro contraddizioni e le loro preoccupazioni. Rendere sulla pagina tutto questo non è certo facile, ma Dostoevskij ci è sempre riuscito. «Per quanto rappresentativi siano i [suoi] personaggi […], non li si vede mai abbandonare l’umanità e divenire simbolici», scrive ancora Gide.

Insomma, Le notti bianche è un gioiello, non perché sia stata costruita una storia complessa e inaspettata, ma perché l’autore ha creato dei protagonisti veri nella loro evidente artificiosità. Questo romanzo non è paragonabile ai lavori più ampi e complessi del russo, ma ha senz’altro una sua dignità. La lettura, poi, è molto scorrevole (cosa non scontata per un libro dell’Ottocento), e forse, per chi non l’avesse mai letto, potrebbe essere il primo passo per immergersi nel resto dell’opera dostoevskijana.

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Un pensiero riguardo “Le notti bianche di Dostoevskij: verità e artificiosità

  1. Ho letto il libro , credo 4 anni fa e Ne parlai con l’assistente durante l’esame di Critica Letteraria. Mi ricordo che parlai di Sospensione, ciò che lo scrittore mi trasmetteva , era attesa, sospensione, fluttuare leggero ma allo stesso tempo velocità e brevità. Proprio come l’attimo di felicità di cui parla al termine del libro, così atteso ma allo stesso tempo breve.

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