“Il giardino segreto” di Burnett, cosa ne penso

Il giardino segreto

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Il giardino segreto di Frances Hudgson Burnett, pubblicato nel 1910, è uno di quei romanzi che molti conoscono nelle riduzioni per ragazzi, ma che pochi hanno letto nella versione integrale. Un libro che rientra a pieno titolo tra i classici per ragazzi, ma che in realtà può davvero essere apprezzato da chiunque. Come ogni grande classico ha la forza di parlare a generazioni diverse e lontane nel tempo. Del resto, come recita la quarta di copertina dell’edizione Feltrinelli che ho letto (tradotta da Giancarlo Carlotti), pare sia stato molto amato dai soldati inglesi durante la prima guerra mondiale. Il libro nel complesso mi è piaciuto, ma riconosco alcuni problemi nel ritmo che può non convincere tutti i lettori, soprattutto – ahimé – quelli più giovani.

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Perché ho letto Il giardino segreto di Burnett

Ho deciso di leggere Il giardino segreto di Burnett perché ne avevo sempre sentito parlare. Negli ultimi tempi, poi, per motivi professionali ho la necessità di approfondire la conoscenza della letteratura per ragazzi. L’incipit credo sia davvero molto bello e tutt’altro che bambinesco o infantile: “Quando Mary Lennox andò a vivere dallo zio a Misselthwaite Manor, tutti quanti furono concordi nel dire che era la bambina meno attraente che si fosse mai vista. Ed era vero”. I bambini, nella vulgata, sono sempre belli, simpatici e teneri. Invece la Burnett ci racconta di una bambina che è brutta, antipatica e, in generale, poco piacevole. Letta la prima pagina, sono stato ammaliato da come l’autrice stava costruendo la storia e non ho potuto fare a meno di andare fino in fondo.

Cosa racconta

Lo dico subito: durante la lettura, un po’ si perde quel brio “politicamente scorretto” dell’inizio. Ma nel complesso credo sia comunque un libro assolutamente non banale. Anche perché i temi trattati sono tanti. La storia narrata è quella di Mary Lennox, una bambina inglese nata in India, figlia di un funzionario del governo coloniale. Dopo la morte dei genitori, viene rispedita in Inghilterra da uno zio, Archibald Craven, il quale vive in una bella villa immersa nella brughiera dello Yorkshire. Lì Mary si troverà ad avere a che fare con la severa governate, il burbero giardiniere, la dolce cameriera e gli abitanti del posto.

Nelle stanze dell’immensa villa incontrerà anche personaggi che non avrebbe mai immaginato di incontrare e si troverà ad avere a che fare con gli stessi insopportabili tratti del suo carattere. Il personaggio del quale non si vede mai la figura, ma è sempre incombente, è proprio lo zio. Che aveva nel parco della sua villa un giardino bellissimo che ormai nessuno più visita. Un giardino che nasconde un doloroso segreto.

Il rapporto con la natura è al centro della storia, ma emergono anche tanti altri temi, come la solitudine, la malattia, l’amicizia, l’elaborazione del lutto, la crescita e il cambiamento. Il romanzo mette l’accento anche sulla necessità di avere qualcuno che creda in noi e come sia facile uscire sconfitti se ciò non avviene. Del resto, oggi la psicologia ci ha spiegato che un certo modo di vedere le cose può davvero condizionare negativamente il nostro modo di affrontarle (il cosiddetto effetto pigmalione).

Frances Burnett

Come è scritto

Il romanzo ha un narratore esterno e il punto di vista è principalmente quello della bambina protagonista. I capitoli sono abbastanza lunghi e spesso Frances Hodgson Brunett si dilunga – un po’ troppo per i miei gusti – nelle descrizioni della natura. Ciò rende la narrazione piuttosto lenta, ma ci sono tante parti del romanzo davvero molto belle. Oltre all’inizio, credo che il libro raggiunga il suo apice in alcuni dialoghi e nell’ultimo capitolo, in cui tutti i fili della pur semplice trama vengono tirati e si arriva a una conclusione degna di nota.

Inoltre, l’autrice nei dialoghi prova a rappresentare il dialetto dello Yorkshire, caratterizzando i personaggi dall’estrazione sociale più bassa e originari del luogo. Purtroppo, però, come è logico che sia, nella traduzione si perde un po’ questa particolarità. Oltretutto, come sottolinea Giancarlo Carlotti nella postfazione al romanzo, rendere queste inclinazioni della lingua è complicato, perché “nei paesi anglosassoni i dialetti sono più che altro questione di pronuncia”.

Una citazione del Giardino segreto di Burnett

Credo che per capire la qualità della scrittura di Frances Hodgson Burnett il modo migliore sia leggere le prime righe del romanzo. Tra le migliori di tutto il libro, a mio avviso. Dal breve passo che riporto sotto si possono notare alcune caratteristiche che ci fanno capire che Il giardino segreto, in fondo, è un libro pensato per i più giovani: non è certo un caso l’utilizzo dei doppi aggettivi e dei diminutivi, caratteristici della narrativa per l’infanzia (“faccina secca secca”, “corpiciattolo secco secco”). A questo, però, si contrappone l’estrema durezza di ciò che viene raccontato. Oggi, una storia per bambini non potrebbe mai cominciare in questo modo.

“Quando Mary Lennox andò a vivere dallo zio a Misselthwaite Manor, tutti quanti furono concordi nel dire che era la bambina meno attraente che si fosse mai vista. Ed era vero. Aveva un corpiciattolo secco secco con una faccina secca secca, una perenne smorfia stizzita e fini capelli color stoppa. Il viso era giallognolo come i capelli perché era nata in India e per un motivo o per l’altro era stata perennemente malata. Il padre, un funzionario del governo coloniale inglese, era sempre molto indaffarato, e pure lui sempre indisposto, mentre la madre era una gran bella donna interessata soltanto ad andare alle feste da ballo e a divertirsi in compagnia di tanta gente allegra. Non aveva mai desiderato una figlia, e quando era nata Mary l’aveva immediatamente affidata a un’ayah, facendo capire alla tata indiana che se non voleva incorrere nelle ire della Men Sahib, la padrona, doveva tenere la piccina il più possibile fuori dai piedi.”

Cosa ne penso, in conclusione

Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett è un libro per bambini che può apprezzare anche un adulto. La storia è a tratti molto dura, ma nel complesso restituisce grande speranza e amore. Credo sia un romanzo che in ogni caso vale la pena leggere, perché è un bell’esempio di come ciò che accade alle persone (in questo caso a dei bambini) è sempre legato a ciò che viene loro detto e raccontato. Tolte alcune insistenze eccessive sulla descrizione della natura e alcune scene un po’ ripetitive, credo sia un romanzo apprezzabile integralmente ancora oggi.

Donato Riello

Autore

Donato Riello

Donato Riello è laureato in filologia moderna presso l'Università "Federico II" di Napoli e insegna lettere nelle scuole superiori. Ha collaborato con vari giornali, tra i quali "Il Mattino". Nella sua città, Caserta, ha fondato un circolo letterario: si chiama "Il ritrovo del lettore".

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