“Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati: il giornalista nella fortezza

Il deserto dei tartari

Il deserto dei tartari, il libro che più di ogni altro ha reso celebre Dino Buzzati, è nato dalla trasfigurazione dell’esperienza lavorativa dell’autore. Buzzati era un giornalista del “Corriere della sera” e la redazione di via Solferino a Milano viene trasformata, all’interno del romanzo, nella Fortezza Bastiani. La struttura piramidale della redazione, con redattore, caporedattore, vicedirettore, direttore, si trasforma nella struttura piramidale dell’esercito, con tenente, capitano, colonnello, generale. E non è un caso che Buzzati abbia scelto proprio il mondo militare come ambientazione del suo romanzo. Anche questa esperienza è stata una parte importante della sua vita.

Buzzati e la fortezza di Via Solferino

Come racconta il critico letterario Oreste Del Buono su “Tutto libri” nel 1992, Buzzati aveva prestato servizio militare tra il 1926 e il 1927 e subito dopo aveva cominciato a lavorare al “Corriere”, nella redazione della cronaca. Il lavoro redazionale aveva due ruoli, gli estensori e i reporter: i primi si occupavano esclusivamente di trascrivere nel miglior italiano possibile le notizie e le dichiarazioni raccolte dai secondi. Buzzati era un estensore, un ruolo che oggi nei giornali non esiste più. Ed è stato proprio quel ruolo ad essere fondamentale per la nascita del Deserto dei Tartari, e di conseguenza per la futura fama dell’autore.

Il deserto dei tartari prende forma durante le lunghe giornate in redazione, durante quel monotono lavoro di revisione e cura di notizie arrivate dai corrispondenti. In un’intervista al collega Alberico Sala, Buzzati racconta il suo stato d’animo in quel periodo di duro lavoro redazionale:

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“I mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se sarebbe andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo altri uomini, alcuni della mia età altri molto più anziani, i quali andavano, andavano trasportati dallo stesso lento fiume...”.

Qui nasce la storia del tenente Giovanni Drogo, che è anche la storia dello stesso autore. Alla fine della giornata di lavoro, in quegli anni, Buzzati tornava a casa e sentiva il bisogno di mettere su carta il suo racconto. Aveva scelto di trasfigurare il tutto nella vita militare perché quelle regole lineari e rigide servivano a “esemplificare il tema della speranza e della vita che passa inutilmente con una maggiore evidenza”. E Buzzati confessa: “la vita militare corrispondeva alla mia natura”. Insomma, lo scrittore bellunese si sente un militare, come Drogo, il protagonista del suo libro.

Il deserto dei tartari

Buzzati e Montanelli

Anche Indro Montanelli, collega di Buzzati al “Corriere”, sottolinea l’origine autobiografica del romanzo con la sua pungente penna e al contempo segna anche un affettuoso ritratto dell’autore, un uomo profondamente umile:

“Non ha mai saputo di essere Buzzati, né chi Buzzati fosse. Si divertiva un mondo quando gli dicevo che Buzzati era un cretino, il quale si portava in corpo un poeta, di cui non faceva che trascrivere le parole senza capire cosa significassero. E non era un paradosso. Di poche letture e di giudizio critico affidato solo all’intuito e al gusto, Buzzati era completamente all’oscuro del proprio valore e della propria anagrafe letteraria. Ignorava di dove veniva, a quale famiglia apparteneva, chi erano i suoi parenti. Furono gli altri a rivelargli che il suo capostipite era Kafka. Ma lui lo seppe soltanto dopo aver scritto Il deserto dei tartari, di cui aveva trovato l’ispirazione non a Praga, ma al banco redazionale del ‘Corriere della Sera’, dove aveva lavorato anni e anni, oscuramente, al fianco di colleghi altrettanto oscuri che invecchiavano in attesa della gloria, come il Drogo della sua famosa e fantomatica fortezza”.

Montanelli tocca alcuni punti importanti che vale la pena approfondire. In tanti hanno attribuito a Buzzati legami con gli autori più disparati, primo tra tutti, come detto, Franz Kafka. Ma andare alla ricerca delle fonti che lo hanno ispirato appare un esercizio fine a sé stesso e a volte fuorviante. A tal proposito, Fausto Gianfranceschi, in apertura della sua monografia dedicata all’autore, dà una interessante interpretazione riguardo le analogie presenti tra Buzzati e altri scrittori come Poe, Gogol, Kipling, Maeterlinck, Chamisso, Hoffmann, Hamsun, Mann:

"L’originalità di Buzzati non è per noi un principio da salvare […] ma scaturisce di getto, e per paradosso, dalla stessa cedevolezza a disparati e numerosissimi accostamenti. Non esiste difatti originalità assoluta, priva di radici nelle universali strutture dello spirito umano. Vogliamo dire che ciascun accostamento può essere soltanto il segno visibile del contatto con una medesima corrente sotterranea di idee e di forze cui abbiano attinto gli autori accostabili fra di loro, indipendentemente da un’influenza esplicita dell’uno sull’altro, alla superficie".

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La pubblicazione del Deserto dei tartari

Ritorniamo al romanzo. È il 1940, sono passati 7 anni dall’uscita del primo libro, e finalmente, con Il deserto dei Tartari, arriva al successo. Se ne accorgono in primis i critici, con la prima edizione del libro pubblicato da Rizzoli nella collana «Il sofà delle Muse» diretta da Leo Longanesi. E in seguito il pubblico, grazie alla seconda edizione pubblicata da Mondadori nel 1945.

È l’opera più famosa dello scrittore, e verrà tradotta in molte lingue. Qui la sua poetica e la sua idea del mondo prendono vita nel modo più compatto e chiaro.

Già al momento della stesura, Buzzati capisce che sta portando avanti un lavoro importante:

“Quando stavo scrivendolo capivo che avrei dovuto continuare a scriverlo per tutta la durata della mia esistenza e concluderlo solo alla vigilia della morte. (Ma per far questo naturalmente ci sarebbe voluto uno spirito eroico, bene o male quella mia storia l’avevo scritta e Longanesi mi chiedeva se avessi un romanzo da dargli. Come resistere alla tentazione?)”.
Dino Buzzati

Cosa racconta Il deserto dei tartari di Dino Buzzati

La storia raccontata da Buzzati, pur nella complessità dell’introspezione psicologica, è, tutto sommato, semplice. Il protagonista è Giovanni Drogo, un giovane militare appena nominato ufficiale, che parte per la sua prima destinazione, la Fortezza Bastiani, una imponente costruzione che da anni immemorabili sovrasta e difende un valico dalla possibile invasione di un popolo straniero, che però nessuno ha mai visto: i Tartari. Giovanni vivrà lunghi anni in questo luogo, nell’attesa del momento propizio, quando si dovrà finalmente intervenire per difendersi dai nemici e dare quindi un senso a tutto quello che c’è lì. Ma gli anni passano inesorabili, e giorno dopo giorno la speranza che qualcosa possa accadere si fa sempre più flebile.

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Una citazione dal Deserto dei tartari

Nella prima pagina del romanzo c’è tutto quello che poi incontreremo nel prosieguo della storia, tra inquietudine e fatalità. Il tutto è calato in un contesto fantastico, ma il realismo nella descrizione di certi momenti e di certe sensazioni è molto efficace. Vale la pena leggerla.

"Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.
Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo – si accorse Giovanni Drogo – il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare".

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La speranza di Drogo

Giovanni si sta preparando per la partenza; dovrebbe essere felice, perché la sua vita si appresta a liberarsi da quella gabbia che è stata l’Accademia militare. Si fa svegliare in piena notte per evitare ritardi dovuti a qualche imprevisto, è ansioso di andare via. Ma, al contempo, è evidente che qualcosa non va. C’è un senso di inquietudine, il presentimento che le cose potrebbero non andare come calcolato.

Già da subito Drogo sente che la vita potrebbe non essere così interessante come pensava: i soldi, le donne, la libertà sarebbero state davvero la ricompensa adeguata a ripagare gli sforzi compiuti e il tempo passato? E cosa c’è di peggio che esser sicuri di aver trovato il percorso giusto per uscire dal labirinto e accorgersi, di lì a poco, che in realtà si è imboccato solo un altro vicolo cieco? Lo sconforto prenderebbe chiunque, ma ci sarebbe allo stesso tempo anche un sentimento, tanto caro agli ottimisti, che continua a vivere e che letteralmente mantiene in vita: la speranza.

Speranza che prima o poi le cose possano andare bene, che il tutto subisca un’accelerazione per poter uscire dall’impasse. E ogni volta che Drogo pensa che i Tartari non arriveranno mai, c’è qualcosa nella sua testa che gli dice che non è così. E quindi qualsiasi più piccolo accadimento appare come il segnale del cambiamento, che le cose finalmente si muoveranno. Continua così l’illusione che il momento, di lì a poco, sarebbe finalmente arrivato. E in fondo, non è forse questo il motore delle nostre vite?

C’è uno spirito infinitamente ottimistico in Drogo. Sin dal suo arrivo nella fortezza, la situazione è abbastanza evidente. Nessuno dei presenti ha mai assistito a un’invasione dei Tartari, neanche i più vecchi commilitoni. Il destino, però, sembra essere dalla parte del nostro eroe. Drogo ha da subito la possibilità di andare via, ma sente una forza che lo tiene ancorato a quelle vecchie e spoglie mura, a quei compagni così vecchi, a quelle regole così incomprensibili. È la voglia di entrare nella storia, di essere tra quelli che assisteranno a un avvenimento che non si ripete da un numero imprecisato di anni.

Dal Deserto dei tartari a Un amore

Il collegamento tra Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati e altri romanzi precedenti è stato colto per primo proprio da Fausto Gianfranceschi: Giovanni Drogo è un’evoluzione di Benvenuto, protagonista de Il segreto del Bosco Vecchio, perché ha anch’egli una attitudine alla bontà, alla dedizione di sé, al cogliere i messaggi della natura e delle cose; ma il nostro tenente somiglia anche al protagonista di Bàrnabo delle montagne, libro d’esordio, che attende per anni il suo grande momento. Un collegamento ancora più evidente, come hanno notato diversi critici, sarà quello con Un amore, uscito nel 1963.

Insomma, una connessione percorre trent’anni di carriera letteraria, un filo diretto collega i protagonisti dei suoi maggiori romanzi. Nella produzione di Buzzati, quindi, l’autobiografismo è una costante, non una variabile.

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Questo articolo è un estratto riadattato della mia tesi di laurea triennale intitolata “Drogo, Dorigo: Buzzati. L’autobiografismo in Dino Buzzati dal Deserto dei Tartari a Un amore“.

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