“Un amore” di Dino Buzzati, autobiografia di un innamorato

Un amore di Dino Buzzati

Un amore di Dino Buzzati, pubblicato nel 1963, è un romanzo atipico per la produzione dell’autore. Al momento dell’uscita, viene accolto dalla critica con pareri molto discordanti proprio a causa dello scollamento tra il primo Buzzati, favolistico e surreale, e quello attuale, dichiaratamente autobiografico e realistico.

Cosa racconta Un amore di Dino Buzzati

La storia vede protagonista Antonio Dorigo, uno stimato architetto di mezza età che in una casa di tolleranza conosce Adelaide Anfossi, detta Laide, una giovanissima prostituta. Dorigo se ne innamora perdutamente e comincia con lei una tormentata relazione, tenuta in piedi dal folle sentimento dell’uomo e dalle continue bugie della ragazza.

Vengono completamente abbandonate le vecchie ambientazioni, non ci sono intenti morali, né satirici, né grotteschi. Buzzati attua un netto capovolgimento di fronte rispetto ai romanzi precedenti, tanto cari al suo pubblico, abituato a un certo tipo di storie. E infatti molti affezionati lettori di Buzzati non accolgono bene Un amore.

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Dino Buzzati

“Perché sono un verme”, disse Buzzati

Oreste Del Buono, in un articolo pubblicato nel 1992 su “Tuttolibri”, racconta un episodio indicativo in tal senso. Durante una presentazione del libro tenutasi a Milano nel 1963, una signora si alza e pronuncia con dolore una sorta di anatema: “Come ha potuto lei che ha scritto un romanzo come II deserto dei Tartari scriverne uno come Un amore!”. Buzzati non appare sorpreso, anzi, e risponde con una frase forte e inaspettata: “Perché io sono un verme”.

L’autore spiazza tutti con questa definizione di sé. Una definizione che riprende esattamente dal suo ultimo lavoro. Una autocitazione. Infatti, anche il suo protagonista, Antonio Dorigo, viene definito all’interno del romanzo dallo scrittore/narratore “un verme”. Probabilmente si tratta solo di un caso, ma niente vieta di prenderlo come un ulteriore indizio del costante autobiografismo dell’opera e dell’identificazione dell’autore con il suo personaggio.

Ma al di là di tutto, Buzzati non è stato affatto un verme nel raccontare la storia di Dorigo e Laide. Il critico letterario Carlo Bo sottolinea la sincerità dell’autore come vera forza del romanzo: “Non saprei dire se Buzzati ha scritto il suo libro più bello, so però che ci ha dato con Un amore un libro coraggioso, a suo modo una confessione”.

Lo stesso Buzzati era convinto che Un amore sarebbe stato il romanzo che più di ogni altro lo avrebbe fatto entrare nella storia della letteratura. Oggi sappiamo che si sbagliava, perché è stato Il deserto dei Tartari l’opera che ha tramandato negli anni il suo nome.

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Un amore di Dino Buzzati (copertina vintage)

Dino Buzzati e “le ciambelle senza buco”

Qualcuno, però, già subito dopo la sua morte aveva previsto che le cose non sarebbero andate così. Indro Montanelli, collega di Buzzati al Corriere della sera, in un ricordo dedicato al bellunese racconta con tono affettuoso che Buzzati non si rendeva conto del valore delle sue opere e aveva bisogno di qualcuno che glielo facesse notare:

Quanto valessero le sue ciambelle bisognava dirglielo, perché lui credeva che fossero col buco quelle che non gli erano riuscite – sia pure di rado, ogni tanto capitava anche a lui – e viceversa”.

E tra le ciambelle di Buzzati uscite senza buco, secondo Montanelli, c’era anche Un amore.

Chi ha creduto fortemente nella qualità del romanzo, invece, è stato un altro grande autore della letteratura italiana, Eugenio Montale, che si esprime in questi termini:

"Si è tanto parlato di un Buzzati favolista, allegorista e non senza buone ragioni. Ma qui [in Un amore] il poeta è anche un clinico e un vivisezionatore del cuore umano. La storiella che l’arte giustifica tutto è un’invenzione dei giuristi preoccupati di non mandare in galera molti ottimi o pessimi scrittori. Non l’ha certo inventata Buzzati e nemmeno ne aveva bisogno perché anche una sola lacrima di pietà avrebbe reso indecente un libro che è soltanto vero, terribilmente vero".

È interessante osservare l’aggettivo che utilizza Montale per descrivere Un amore: vero. Non realistico o verosimile. Vero. Proprio con l’intenzione di evidenziare una capacità che Buzzati ha avuto: quella di rendere nel migliore dei modi una storia intrisa di sentimenti, di contraddizioni, di paure. La storia di un uomo, Antonio Dorigo, che si è ammalato di un male indecifrabile, al quale non esistono cure precise: l’amore.

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Eugenio Montale su Dino Buzzati

A Buzzati il tema stava particolarmente a cuore, forse perché lo aveva scoperto di recente, nonostante l’età matura. In un’intervista del 1961, è lo stesso scrittore a rivelare alcuni aspetti della sua esperienza privata:

"Ci sono individui […] che maturano tardi, molto avanti con gli anni. Io debbo essere uno di quelli. Molte cose non le capisco ancora, altre le ho capite quando non mi serviva più di capirle. L’amore per la donna, dico l’amore, non l’andarci a letto, le gelosie, le lacrime di passione, il desiderio di morire o addirittura di uccidersi, il piacere disperato di soffrire per un’ingrata, per un’infedele, tutto questo l’ho scoperto solo in questi tempi. Non saprei dire se son diventato finalmente maturo, o arrivo appena adesso ai veri vent’anni".

Il bellunese è convinto della bontà del suo lavoro, soprattutto per la sua capacità di rendere autenticamente un certo tipo di sentimento. Ecco cosa dice nel 1963, l’anno d’uscita di Un amore:

"Solo alcuni sanno cosa sia l’amore. Se no, ce ne accorgeremmo. Quando arrivano queste cose, uno non può controllarsi, e l’amore si rivela, si manifesta. Non dico che non ce ne siano, di amori, ma sono pochi. Se uno ama una donna, è logico che voglia vincere a tutti i costi, magari mentendosi come fa Antonio Dorigo. [Un amore] Esprime il mio stato d’animo e la mia esperienza, ma ho un po’ aggravato le tinte. […] Se è lecito essere un po’ presuntuosi, dirò che c’è tanta autenticità che sinceramente in altri libri non conosco".

Una citazione da Un amore di Buzzati

Per capire quanto Buzzati fosse stato efficace nel rappresentare l’ansia continua in cui vive un innamorato, è utile leggere un brano del romanzo.

Siamo al capitolo XVII. Antonio Dorigo deve incontrare Laide. La ragazza gli aveva chiesto di accompagnarla alla stazione per prendere un treno diretto a Modena: era stata molto evasiva e imprecisa sul motivo di tale partenza, ma Dorigo, pur tormentandosi, accetta di accompagnarla per il solo piacere di stare qualche momento con lei. È una mattinata di pioggia e lui si presenta con largo anticipo all’appuntamento. Nell’attesa comincia a pensare. E a farsi tante domande:

La tregua era cessata. Tra pochi minuti la vedrà. Ma è vero? Non è per caso uno scherzo? O nel frattempo non possono essere successe tante cose? Lei sentirsi male per esempio? Come lo avrebbe avvertito?

[…] Gli pareva di essere un bambino castigato e battuto ingiustamente, di cui nessuno sa nulla. In quel momento dormivano tutti, i fratelli, la mamma, gli amici, quelli che di lui avevano bisogno e di cui egli aveva bisogno. Non esistevano più. Erano incastrati nel sonno dell’alba, così profondo e benefico quando piove. Era solo.

[…] Piuttosto: lei si sveglierà in tempo? La sveglia funzionerà? Farà abbastanza presto a vestirsi? La valigia l’ha già fatta? Dio, fa che la valigia sia pronta, che lei non sia indotta a rinunciare. Dormirà ancora? O sarà già in bagno a scrutarsi la faccia nello specchio, premendo un dito sull’angolo esterno dell’occhio dove la notte ha lasciato una minuscola increspatura della pelle? E che cosa va a fare a Modena? Chi l’aspetta? Che cosa farà questa sera? Dormirà sola? Con chi dormirà?

No. Basta che venga. Basta che dietro il cancello di via Squarcia (che lui ieri sera è andato a ispezionare dall’esterno) lei compaia col suo passo disdegnoso e a quella vista l’angoscia cadrà. E nello stesso tempo la sensazione che quella pioggia lo trascina giù, una forza mai conosciuta lo distacca a poco a poco da ciò ch’è stata finora la sua vita, cose simili le ha lette più di una volta nei romanzi e non ci aveva creduto, favole assurde, e adesso lui c’è dentro e adesso non lotta nemmeno più, alla sera sì qualche volta si ribella nell’esaltazione propria della notte, adesso no, adesso la pioggia battente e selvaggia lo trascina via, e lui non alza neppure una mano per chiedere aiuto.

Il racconto oscilla tra il punto di vista del narratore e quello del protagonista senza stacchi netti, in una fluttuazione continua tra oggettivismo e soggettivismo, tra narrazione in terza persona e monologo interiore. La serie di domande retoriche esplicita i pensieri del personaggio nella loro contraddizione; e Buzzati riesce a rendere nel migliore dei modi i meccanismi mentali che entrano in funzione nella testa di Antonio Dorigo.

Sono diverse le scene del genere all’interno del romanzo, con Dorigo che attende e si fa domande, sperando, al contempo, che le cose vadano per il meglio.

La paura che la propria amata non si presenti all’appuntamento; la gelosia che prova nel pensare che lei possa essere con qualcun altro; l’ansia di vederla anche solo per qualche minuto, solo il tempo di accompagnarla alla stazione. Sono tutti sentimenti che Dorigo prova, ma che qualsiasi innamorato ha provato. Anzi, per usare le parole di Montale, che «tutti gli uomini che non hanno gli occhi e il cuore foderati da una cotenna di lardo hanno almeno virtualmente provato».

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Un amore (Copertina vintage)

La vita e la letteratura

Buzzati aveva davvero vissuto un’esperienza “traumatica”. E per lui, metterla su carta è stato anche un modo per superare la tormentata storia d’amore. È l’autore stesso a sottolineare l’importanza terapeutica della scrittura, utile a superare il dolore e buttarlo fuori. Lo ammette candidamente in una pagina del suo diario nel 1960, riferendosi proprio alla liaison che poi narrerà in Un amore:

"L’unica, per salvarmi, è scrivere. Raccontare tutto, far capire il sogno ultimo dell’uomo alla porta della vecchiaia. E nello stesso tempo lei, incarnazione del mondo proibito, falso, romanzesco e favoloso, ai confini del quale era sempre passato con disdegno e oscuro desiderio".

Insomma, se in passato l’esperienza autobiografica era un canovaccio da manipolare a proprio piacimento e da utilizzare come base sulla quale costruire i propri racconti, adesso per l’autore era diventato di vitale importanza raccontare quanto gli era successo.

Dino Buzzati e la moglie Almerina

Il prima e il dopo Un amore è ricostruito dalla moglie di Buzzati, Almerina Antoniazzi, anch’essa molto più giovane di lui (ben 35 anni di differenza), proprio come la donna di cui si era perdutamente innamorato e che ha rappresentato per lui quel che Laide rappresentava per Dorigo. La storia d’amore tormentata dello scrittore ha preceduto di poco l’incontro con la futura consorte, ma ha condizionato la parte iniziale del loro rapporto. Ecco cosa racconta Almerina in una delle numerose interviste in cui ricorda il marito e il principio della loro relazione. I due già si conoscevano e avevano cominciato da poco a frequentarsi quando il romanzo fu pubblicato:

"Lui non voleva che sapessi di Un amore, e in effetti io non ne seppi nulla finché non lessi il libro. Solo allora capii tutto. A vederlo così tormentato e perseguitato dai suoi pensieri mi ero convinta che fosse malato. Ricordo che guardava continuamente il telefono, era ossessionato dal telefono. Io, nella mia ingenuità credevo che aspettasse la telefonata del giornale. Quando ho letto quel libro ho capito qual era la sua malattia. […] Confesso che me la sono presa da morire. Pensi che ero a Torino quando Un amore uscì. Dopo aver letto il libro mi precipitai al Corriere. Teoricamente dovevo essere contenta, non aveva il cancro. Era innamorato, ma non di me. Mi sentii presa così in giro che gli feci una scenata e gli dissi che non volevo più vederlo. 

Feci fatica per alcuni giorni ad allontanarmi. Stavo bene con lui, e quindi mi mancava. Lui poi, che era un uomo molto educato, alla mia richiesta di interrompere ogni contatto non ha più telefonato. […] Erano passati alcuni mesi di allontanamento, da giugno a ottobre del 1963. Il libro era uscito ad aprile. […] Aprii la porta e rimasi senza parole: mi sembrò di non riconoscerlo neppure. Un’altra persona. Intanto aveva messo su due o tre chili, aveva il sorriso stampato in faccia, non aveva più lo sguardo ossessionato. Era libero finalmente! Io l’ho capito, e lì è cominciato tutto".

Il racconto della signora Buzzati rende evidente la grande importanza che ha avuto la stesura del romanzo nella “guarigione” del bellunese. La dolorosa esperienza ha generato nello scrittore il bisogno di raccontare una storia politicamente scorretta, ma consapevolmente vera.

Alla fine, per quanto apparentemente diverso, il lavoro fatto con Un amore è simile a quello compiuto nel Deserto dei Tartari, in cui racconta una storia fantastica che si basa sulla sua esperienza di redattore al Corriere della sera. Andando a grattare via la superficie, capiamo che in realtà Buzzati non è affatto cambiato rispetto al passato. C’è sempre una coerenza di fondo con tutto il resto della sua opera narrativa.

Un legame stretto con Il deserto dei Tartari, per esempio, lo si vede già dal cognome dei due protagonisti: Drogo, Dorigo. Una assonanza così evidente non è certo un caso. Infatti le affinità tra le due storie non si limitano a questa. Il tenente Giovanni Drogo attende il momento della battaglia contro i Tartari; l’architetto Antonio Dorigo attende il momento dell’amore totale di Laide. L’attesa e la speranza che le cose possano andare per il verso giusto sono protagoniste di entrambi i romanzi. La differenza sta nello stile della narrazione, ma l’obiettivo di fondo è lo stesso.

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Questo articolo è un estratto riadattato della mia tesi di laurea triennale intitolata “Drogo, Dorigo: Buzzati. L’autobiografismo in Dino Buzzati dal Deserto dei Tartari a Un amore“.

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