Al Salone del libro di Torino 2018 ho capito perché ridiamo

Un gruppo di ragazzi si riposa (© Salone internazionale del libro)

L’Arena Bookstock si trova nel Padiglione 5: ci sono delle panche e il numero di persone che può entrare è variabile, a seconda di quanto ci si sieda vicino. In tre giorni di fiera non ho seguito nessun incontro qui, di solito ci vengono i ragazzi delle scuole: all’esterno del grande spazio dedicato alle conferenze sono presenti varie postazioni e salette dove si svolgono laboratori dedicati ai più giovani. Ma alle 12:30 di lunedì, all’ultimo giorno di fiera e come mio ultimo evento – prima di andare a recuperare la valigia da un amico e correre a prendere il treno che mi porterà, dopo lunghe ore di viaggio, a casa – mi ritrovo in questa ampia sala. E qui capisco perché il Salone del libro di Torino è un appuntamento che qualsiasi lettore e amante dei libri e della letteratura dovrebbe frequentare.

All’esterno dell’Arena Bookstock. Tra la folla ci sono anch’io: mi vedete? (© Salone internazionale del libro)

L’ospite protagonista di questo incontro compare sul palco insieme alla sua traduttrice: è un quarantasettenne molto giovanile, con i capelli paglierini, la barbetta e gli occhi azzurri, vestito in abbinato con i suoi colori naturali. Ha vinto qualche settimana fa il premio Pulitzer 2018 per la narrativa, si chiama Andrew Sean Greer. L’ultimo romanzo che ha scritto si intitola Less e in Italia lo ha pubblicato la Nave di Teseo. Io sono venuto a sapere della sua esistenza un annetto fa, quando ho comprato, in occasione degli sconti Adelphi, un altro suo romanzo, La storia di un matrimonio. Ma ovviamente non l’ho ancora letto, quindi non posso dare giudizi sulle sue qualità di scrittore.

Durante il dialogo con gli intervistatori, traspare la sua allegria e genuinità. «È proprio un cazzaro», dice con altrettanta genuinità la bella ragazza con il neo sul naso che siede vicino a me. Ed è vero. A un certo punto, però, questo simpatico americano dice una cosa che per quanto semplice, forse banale, e che non è certo una sua invenzione, mi pare illuminante: «Quando senti raccontare una cosa brutta, ma sai che poi andrà a finire bene, ti viene da ridere», dice, più o meno in questi termini, facendo riferimento a una scena del suo romanzo nella quale il protagonista, per sbaglio, dà fuoco ai capelli di una signora durante una festa, creando scompiglio e panico tra il pubblico presente. E provocando la risata divertita del lettore.

Ecco, questo è proprio il meccanismo che tiene in piedi le commedie e un certo tipo comicità. Anche quando si raccontano cose terribili, violente, che in un qualsiasi altro caso non ti farebbero ridere, nel momento in cui vengono raccontate all’interno di una storia che fin dall’inizio sai che poi finirà bene, riesci a divertirti senza sensi di colpa.

Con una semplice frase, detta di sfuggita, senza alcun intento didattico o teorico-letterario, Andrew Sean Greer mi ha fatto riflettere su come funziona il modo di ridere e in quale occasione lo facciamo.

Andrew Sean Greer, il simpatico «cazzaro», premio Pulitzer 2018 (© Salone internazionale del libro)

In questo minuscolo episodio credo ci sia il senso di una fiera così grande, per la cui organizzazione vengono spese montagne di soldi e che quest’anno ha avuto 170mila visitatori, con una ricaduta economica molto importante sia per gli editori presenti con i loro stand, sia per le attività commerciali cittadine. Se non avessi partecipato a quest’ultimo incontro, non avrei mai pensato a una cosa del genere e probabilmente non avrei scritto questo articolo. Per questo credo che festival e fiere culturali come il Salone del libro di Torino o il Festival del giornalismo di Perugia (al quale ho partecipato ad aprile) siano importantissime per chi ha una certa sensibilità. Hanno la capacità di aprire la mente. Le decine di incontri che ogni giorno è possibile seguire quando si partecipa a eventi del genere, e che non avresti mai seguito se non fossero stati in quel contesto, riescono davvero a dare qualcosa a chi partecipa. Un qualcosa che si trasforma in gratificazione e che ti carica di nuova energia.

Nel mio discorso gli espositori presenti al Salone del libro hanno un ruolo secondario, ma non per questo trascurabile. Girando tra gli stand delle varie case editrici è possibile conoscere realtà culturali che mai si conoscerebbero altrimenti, e magari si compra qualche libro incuriositi dalla copertina, dalla trama, dal venditore bravo a convincerti. Ovviamente non tutto si rivela poi, alla prova dei fatti, degno di nota, ma se anche solo uno dei libri comprati ha la forza di lasciare qualcosa dentro di te, credo proprio ne sia valsa la pena. E gli organizzatori, a quel punto, hanno raggiunto un risultato importantissimo, non calcolabile coi numeri e le tabelle economiche.

Io, per esempio, al Salone del libro di Torino 2018 ho capito perché ridiamo.

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