Quando la pedofilia non è un problema

Bruciare tutto di Walter Siti è un romanzo nichilista. La storia, ambientata a Milano, è quella di un prete tormentato, don Leo, che ha mille dubbi sulla propria fede e un problema che sormonta tutti gli altri: è pedofilo.

Proprio questo aspetto del romanzo ha creato, nei mesi scorsi, un dibattito a colpi di articoli di giornale, interviste, post su Facebook e commenti su vari blog letterari. Il tutto ha ruotato attorno a una questione: è lecito toccare in un romanzo un argomento tanto delicato al quale è stato aggiunto anche il suicidio di un bambino rifiutato sessualmente dal prete?

La maggior parte di Bruciare tutto, però, non si occupa di questo tema, o almeno non lo fa direttamente, e sarebbe riduttivo considerarlo solo in questo senso. Rimane sotterraneo per buona parte del libro il tormento di don Leo, dovuto al senso di colpa per l’atto sessuale compiuto con un ragazzino molti anni prima e causato anche dalla consapevolezza di aver fatto quel che il suo istinto gli diceva. Per anni il prete prova attrazione per i bambini, ma non cede più alla tentazione del rapporto carnale. E incredibilmente l’arrivo di questo nuovo ragazzino nella sua parrocchia gli è assolutamente indifferente e non risveglia i soliti istinti pedofili. Nella testa del giovane, però, c’è quello che non si sospetterebbe mai.

Sono molte le cose terribili raccontate da Walter Siti durante la storia (per esempio la conversazione tra don Leo e un altro prete più anziano che gli dà consigli su come “trattare” i bambini), ma ha poco senso domandarsi se sia stato giusto o meno toccare certe sfere.

La letteratura ha sempre ospitato storie e tematiche che vengono normalmente represse dalla società e rimosse dalla nostra coscienza. Il tutto, come ci ha insegnato Freud, va a finire nell’inconscio, che fa da contenitore per i peggiori istinti e i più assurdi pensieri. La violenza e il sesso, quindi, fanno parte del represso. E il ritorno del represso porta un certo piacere proibito, soprattutto quando sappiamo che quelle cose stanno accadendo in un mondo immaginario come quello della letteratura. Il tema è stato approfondito lungo l’arco di tutta la sua vita da un grande studioso di letteratura, Francesco Orlando. Quindi, è del tutto fuori luogo accusare Siti, come hanno fatto alcuni, di aver oltrepassato il limite e aver raccontato ciò che non si doveva raccontare. Nella finzione artistica tutto è lecito, soprattutto quando l’obiettivo è mettere in risalto alcune questioni etiche e personali, con il lettore che dovrebbe immedesimarsi nei panni del protagonista e vivere il suo conflitto.

Più che altro, bisognerebbe chiedersi se il tutto sia stato raccontato bene, in maniera piacevole ed efficace, in modo da poter capire le sensazioni dei personaggi. Questo è l’unico campo sul quale è giusto porre delle critiche.

Credo, però, che Walter Siti non abbia rappresentato al meglio la complessità che c’è dietro situazioni così grandi. La pedofilia e l’istinto suicida sono due cose terribili che hanno una serie di effetti sulle persone che li vivono. Effetti che Siti, con la sua scrittura, non è riuscito a far trasparire al meglio. La crisi mistica di don Leo, in perenne lotta con sé stesso per capire se Dio esiste o meno, è rappresentata benissimo dall’autore. Certo, dietro questa crisi mistica c’è anche (e forse soprattutto) il problema degli istinti sessuali, ma la dialettica nella mente del protagonista è resa in maniera efficace solo quando si parla di dubbi e accuse verso Dio.

L’introspezione psicologica diventa meno interessante proprio quando si tratta il tema più forte. La crisi di don Leo traspare dalle parole utilizzate dall’autore, ma mi è sembrato che mancasse sempre qualcosa per riuscire a rappresentare al meglio i suoi tormenti e quelli degli altri personaggi. E proprio nel trattare il suicidio del bambino, con i motivi che hanno portato al gesto estremo, credo che Siti non sia riuscito a rendere realistico il tutto dal punto di vista psicologico.

Bruciare tutto ha una storia molto ampia e tocca tanti personaggi. In generale l’andamento narrativo mi è parso mancasse di mordente, soprattutto nella prima metà (il romanzo è lungo circa 370 pagine). Il racconto va avanti con una frammentazione a volte eccessiva e un alternarsi di narrazione in prima e in terza persona che non mi ha per niente convinto, risultando confusionario. Questo stile mi ha ricordato L’amante di Marguerite Duras, e anche lì non mi aveva per niente convinto.

Poi ci sono altre due questioni minori, ma che non sono riuscito per niente a digerire.

Prima di tutto mi lascia più di un dubbio lo strano utilizzo di note a piè di pagina inserite direttamente dall’autore. Per esempio, perché Siti, nella prima pagina del romanzo, ci deve dire tramite una nota che don Leo quando è nervoso diventa balbuziente? Non poteva farlo, in maniera meno fastidiosa, all’interno del corpo narrativo con una descrizione? Che senso ha dare informazioni aggiuntive con le note quando potresti inserirle all’interno del testo?

L’altra questione riguarda le citazioni e i riferimenti eccessivamente pop. Capisco che questa è una questione che riguarda i gusti personali, ma mi ha fatto strano vedere riferimenti al governo Monti, a Lorenzo Fragola e a cartoni animati, come i Fantagenitori. Non so, ho più di una perplessità su questo punto. Certo, si potrebbe dire che sono tutti elementi utili a calare il romanzo nell’epoca in cui è ambientato (il 2016), ma davvero mi ha fatto strano leggere cose del genere.

Il titolo del romanzo di Siti è senza dubbio il più adatto a indicare e riassumere la sua natura profondamente nichilista. Il finale, poi, è la conclusione più consona a un personaggio e una storia che porta avanti tematiche forti e dubbi esistenziali che è facile giudicare, ma molto più difficile vivere e, soprattutto, raccontare.

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