Eugenio Montale e la poesia scritta nella Reggia di Caserta

Lo stagno delle ninfee nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta

C’è una poesia di Eugenio Montale, nella raccolta Le occasioni (1928-1939), intitolata Nel parco di Caserta. Una poesia non certo tra le più famose dell’autore genovese, poco nota anche tra gli abitanti della città che compare nel titolo. Ma rispetto a un lettore che ne ignora la geografia cittadina, chi vive a Caserta può cogliere nel testo qualche riferimento più preciso: il parco protagonista è quello della Reggia borbonica, e nello specifico il poeta dovrebbe riferirsi allo stagno delle ninfee presente nel Giardino Inglese. È in quella parte dell’immenso parco reale, infatti, che ci sono le piante citate da Montale e il cigno, dal significato enigmatico, che compare in apertura di poesia.

Ammetto che io stesso, pur vivendo a Caserta, non conoscevo questi versi: devo ringraziare il mio amico Fausto Fiori per avermeli fatti scoprire. Nel 2014, uno scrittore casertano, Francesco Forlani, su Nazione Indiana ha pubblicato un video abbastanza visionario con il testo della poesia di Montale.

Ma, in ogni caso, leggiamola:

Nel parco di Caserta

Dove il cigno crudele
si liscia e si contorce,
sul pelo dello stagno, tra il fogliame,
si risveglia una sfera, dieci sfere,
una torcia dal fondo, dieci torce,

– e un sole si bilancia
a stento nella prim’aria,
su domi verdicupi e globi a sghembo
d’araucaria,

che scioglie come liane
braccia di pietra, allaccia
senza tregua chi passa
e ne sfila dal punto più remoto
radici e stame.

Le nòcche delle Madri s’inaspriscono,
cercano il vuoto.

Come spesso accade nelle poesie del genovese, anche in questo caso non si riesce facilmente a capire il significato. L’immagine iniziale è chiara. Montale sta osservando una scena comune, seduto in riva allo stagno del Giardino Inglese, all’interno del parco della Reggia di Caserta; e quelle immagini naturali lo rimandano ad altre idee e sentimenti, come avviene spesso nelle poesie montaliane.

Sullo specchio d’acqua un cigno, animale dall’aspetto fiero e dal comportamento battagliero («crudele»), «si liscia e si contorce», in mezzo alle foglie galleggianti. Improvvisamente, compare, riflessa sull’acqua, «una sfera» che, a causa dell’increspatura della superficie (il cigno si sta scuotendo), sembra moltiplicarsi. Quella sfera assomiglia a una torcia, a dieci torce (sempre per lo stesso meccanismo), probabilmente a causa della scia di luce sull’acqua.

A questo punto c’è uno stacco, segnalato anche dal trattino all’inizio della seconda strofa. Lo sguardo del poeta potrebbe essersi alzato dalla superficie del laghetto, oppure potrebbe semplicemente avere chiara la provenienza della «sfera», della «torcia», che dava l’impressione di venire dal fondo del laghetto: si tratta del sole. Lo sguardo rimane ancora sull’acqua che si sta appiattendo, ecco perché il sole «si bilancia / a stento», nell’aria del primo mattino. Sullo specchio deformante dello stagno si vedono le cupole («domi») di un verde scuro, formate dall’intreccio delle chiome degli alberi, e le estremità («globi») della pianta di araucaria (appartenente alle conifere). I rami di questa pianta sembrano «braccia di pietra» e diventano, nel riflesso, delle liane.

Chiunque si trovi a passare in quella zona del parco è catturato dalla visione del sole riflesso nello stagno. E questa visione è come se riuscisse a tirare fuori dalla profondità dell’anima, dal punto più remoto presente dentro di sé, il filo della vita legato al proprio destino («allaccia / senza tregua chi passa / e ne sfila dal punto più remoto / radici e stame»).

Gli ultimi due versi sono i più controversi e difficilmente affiancabili al senso delle strofe precedenti:

«Le nòcche delle Madri s’inaspriscono, / cercano il vuoto».

Il riferimento delle «Madri» è a Goethe: nel Faust, infatti, queste sono il segno ultimo del destino. Tale riferimento è citato in una nota dallo stesso Montale. L’immagine delle Madri con le «nòcche» picchiettanti alla ricerca del vuoto, come se battessero sulla corteccia di un albero, rimanda, inevitabilmente, alla ricerca di senso.

La poesia di Montale, quindi, prova a trovare il senso delle cose, quel filo che le lega, quel significato profondo e inconoscibile. Ma, con questa immagine finale, ci vuole dare anche la sua conclusione: nessuno riesce a trovare il senso ultimo delle cose e, forse proprio per questo, tutti ne sono costantemente alla ricerca.

Piccola nota bibliografica – Per l’interpretazione della poesia mi sono rifatto al commento di Dante Isella presente nella edizione Einaudi da lui curata delle Occasioni (pp. 53-55). Inoltre, ho consultato anche il saggio dedicato alla poesia scritto da Cristiano Spila. Per ulteriori e più precisi riferimenti e fonti di Montale, vi rimando ai due testi citati.

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2 pensieri riguardo “Eugenio Montale e la poesia scritta nella Reggia di Caserta

  1. Spettabile Profilo FACEBOOK UN LETTORE,

    Eugenio MONTALE, un maestro della letteratura italiana.

    Ho letto la poesia soprascritta e i suoi versi, mi lasciano un po’ frastornato, forse perche’ ignoro le emozioni dell’autore.

    Porgo i miei ringraziamenti.

    Porgo i miei distinti saluti.

    Tanti saluti da SESTO SAN GIOVANNI (MILANO) !

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