Memoria di ragazza di Annie Ernaux: l’autobiografia fine a sé stessa

Copertina di “Memoria di ragazza”, foto di ©Un lettore

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Memoria di ragazza di Annie Ernaux è un libro molto particolare. Sembra un’autofiction, ma poi ti accorgi che si tratta di un’autobiografia, in certi punti con l’andamento di un romanzo. L’autrice francese è molto apprezzata in Italia già da qualche anno, pubblicata dalla casa editrice indipendente L’orma. I suoi libri: Il posto, Gli anni, L’altra figlia e, l’ultimo, Una donna. Quello di cui parlo adesso è uscito nel 2017: lo comprai praticamente all’uscita dopo aver letto un bellissimo articolo di Marco Missiroli, scrittore che stimo. L’ho cominciato solo un anno dopo. E purtroppo, arrivato alla fine, non sono entusiasta come lo era l’autore di Atti osceni in luogo privato.

Memoria di ragazza racconta la prima esperienza sessuale dell’autrice/protagonista e tutto quello che ne segue. È il 1958 e Annie fa l’educatrice in una colonia estiva, quando improvvisamente entra in un mondo solo immaginato, ancora sconosciuto. La scoperta del sesso e dell’amore, però, non sono gli unici temi trattati: viene raccontata anche la bulimia e le difficoltà che si incontrano una volta finita la scuola, quando è il momento di capire cosa si vorrebbe diventare.

La narrazione oscilla tra la prima e la terza persona. L’autrice racconta in prima persona tutto il processo che ha portato alla ideazione e alla scrittura del libro; i suoi pensieri e le sue analisi si intrecciano alla storia di sé stessa nel 1958, e qui la narrazione passa alla terza persona. La ragazza di mezzo secolo prima viene vista dall’autrice con sguardo straniante, proprio come se si stesse parlando di un personaggio romanzesco. Inoltre, spesso non riesce a penetrare nella testa della sé stessa giovane.

Tutto il libro si sviluppa come una ricerca, un’indagine. Questo tipo di racconto è certo particolare, ma credo non riesca a dare al lettore (o almeno non l’ha dato a me) quel qualcosa in più che ci si aspetterebbe. Mi spiego: quando leggo certe storie, soprattutto se autobiografiche, mi aspetto uno scavo psicologico del personaggio molto profondo, con l’emergere dei pensieri indicibili, delle paure angosciose, delle contraddizioni più inquietanti. Questo, purtroppo, non l’ho percepito leggendo Memoria di ragazza.

Certo, con tale scelta l’autrice ha voluto marcare la distanza dalla sé stessa giovane, raccontandola in terza persona proprio perché era consapevole dell’impossibilità di esprimere in modo veritiero ciò che aveva provato in quell’estate del 1958. Il paradosso è che per essere veritieri non si mostra fino in fondo la verità. Insomma, l’autrice ci vuole dire che quanto vissuto viene sempre visto nel ricordo in maniera diversa rispetto alla realtà sentita durante lo svolgersi degli avvenimenti. «Io non sono unica», ha detto l’autrice in un’intervista. E infatti la ragazza del 1958 non è la vecchia donna che oggi scrive.

L’esperimento letterario è di certo apprezzabile e “filosoficamente” interessante, ma mi sembra, dopo la lettura, che questo sia servito all’autrice per autoanalizzarsi, ma non al lettore, il quale solo in pochi punti si trova davanti una scrittura che riesce davvero a esprimere l’intimità di quella giovane donna alle prese con la prima esperienza sessuale e amorosa.

Il ricordo di quegli anni così lontani ritorna nella mente dell’autrice guardando le proprie vecchie foto. Il problema, però, è che questo procedimento appare sempre identico in troppe occasioni. Descrizione della foto, racconto del ricordo. E la formula, a un certo punto, diventa abbastanza noiosa.

Sono profondamente convinto che raccontare la propria vita dia alla letteratura quel qualcosa in più che è difficile trovare in altri tipi di narrazione. La particolare autobiografia elaborata da Annie Ernaux, però, mi sembra fine a sé stessa: viene utilizzata per un’autoanalisi che può interessare solo lei e credo che manchi, pur rincorrendolo, l’obiettivo di restituire una storia davvero universale.

Ma forse il problema è che sono un uomo, e per questo non ho capito niente.

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