Il libro che tutti i professori di lettere dovrebbero leggere

Copertina di “E se non fosse la buona battaglia?”, foto di ©Un lettore

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E se non fosse la buona battaglia? di Claudio Giunta (Il mulino, 300 pp., 16€) è un libro necessario, perché ha il coraggio di dire ad alta voce ciò che viene solo sussurrato nella scuola e nell’università. Mette in luce tutti i problemi di cui soffre l’istruzione umanistica e, in particolar modo, quella letteraria. L’autore insegna letteratura italiana all’università di Trento, è esperto del periodo medievale, e ha diretto una storia della letteratura per le scuole superiori, Cuori intelligenti. Da anni scrive periodicamente di scuola e università su quotidiani, settimanali e siti internet. Quello di cui parlo oggi, il libro che tutti i professori di lettere dovrebbero leggere, è una raccolta di saggi su questi argomenti.

Giunta ha il merito di dissacrare ciò che in pochi hanno il coraggio di dissacrare. E farlo dalla sua posizione professionale è ancora più sorprendente. Non capite cosa intendo? Ecco, leggiamo un frammento:

«Per un quasi irripetibile concorso di circostanze, l’Italia della mia post-adolescenza assecondava, anche per i non abbienti, progetti di vita o di astensione dalla vita come questo [cioè fare lo studioso di professione, ndr], e io ne ho approfittato (e devo dire che la cosa non ha mai smesso di stupirmi: per questo ho poca pazienza coi lamenti di quei colleghi – non decine, ma decine di migliaia – che per una vita sono stati pagati, anche benino, per occuparsi di cose come la lingua di Bembo o il pensiero di Fichte o le poesie di Montale, ma protestano perché gli stipendi non sono abbastanza alti o perché Bembo, Fichte e Montale non sono al centro dell’agenda culturale del Paese; chiunque abbia un minimo di senso comune dovrebbe, guardandosi attorno, benedire incredulo il suo destino)».

Dopo questa citazione, credo sia evidente di cosa parlo. Giunta tocca tutti i temi più caldi legati all’istruzione umanistica: la revisione dei programmi scolastici, l’eccessiva settorializzazione della ricerca accademica, la didattica nelle scuole, l’utilità dei classici. L’autore riesce sempre a far vedere le cose dal punto di vista più controverso, meno comune e più inaspettato. E sorprende che sia proprio un accademico a colpire sulla carne viva nel modo più preciso e doloroso possibile.

Insomma, uno studente di lettere (che nella stragrande maggioranza dei casi andrà a insegnare a scuola) credo debba leggere questo libro per provare a essere un buon insegnante, non arroccato in certe convinzioni al limite della bigotteria. E questo libro dovrebbero leggerlo anche molti professori che insegnano nelle scuole medie, superiori e all’università: potrebbero veder vacillare la terra sulla quale hanno sempre poggiato i piedi con tanta arroganza e supponenza.

Ma oltre alle idee espresse, credo che E se non fosse la buona battaglia? sia bellissimo soprattutto per la scrittura. Claudio Giunta è un esempio di limpidezza ed eloquenza. La sua prosa scorre fluida e la sua argomentazione è quasi sempre molto convincente. Non è facile trovare in giro saggi così ben scritti, che hanno l’obiettivo di far capire il concetto che si ha in mente e la voglia di sostenerlo con i migliori argomenti a propria disposizione. Al di là di quale sia il proprio pensiero sui temi trattati, leggere questa raccolta può anche stimolare il miglioramento della propria scrittura: ulteriore motivo per cui credo sia fondamentale soprattutto per tutti i professori di lettere.

Un piccolo appunto, però, devo farlo. A supporto di alcune tesi, ho riscontrato una certa mancanza di dati che le avvalorassero. Mi riferisco, in particolare, alle diverse sezioni dedicate agli sbocchi lavorativi dei laureati in materie umanistiche. La tesi di Giunta – mi si perdoni l’estrema sintesi – è che ci sono troppi laureati in queste materie e pochi posti di lavoro: quindi – dice l’autore – non sarebbe scandaloso inserire il numero chiuso nei dipartimenti di studi umanistici, così da poter dare maggiori possibilità a chi è davvero interessato e motivato. Ecco, a supporto di questa tesi – che potrebbe tendenzialmente essere corrispondente alla realtà – Giunta non cita dati (o ne cita molto pochi). Insomma, mi pare che l’autore, nonostante abbia argomentato i suoi pareri in maniera seria e coraggiosa in quasi tutto il libro, su questo punto cade nella solita retorica che dice, in buona sostanza, «con la laurea in lettere non si lavora».

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