La scoperta dell’acqua calda: “Leggere i classici è importante”

Leggere è importante, soprattutto se vuoi scrivere. E se vuoi farlo bene è ancora meglio se leggi molti classici. Ecco, più o meno è questo il sunto delle polemiche che sono seguite all’articolo pubblicato nei giorni scorsi sul Fatto Quotidiano a firma di Francesco Musolino (ve lo linko, così potete farvi un’idea: eccolo).

In breve: il giornalista chiede a una manciata di giovani autori qual è il classico che non hanno mai letto. Le risposte sono state varie: Proust, Dostoevskij, Moravia, la Bibbia, Dracula di Stoker, Ivanhoe di Walter Scott, Infinite Jest di David Foster Wallace.

Risultato? Ne è nato un dibattito che sta continuando da qualche giorno (ecco alcuni commenti: il Giornale/1, il Giornale/2, Libreriamo, Grado Zero). Si accusano gli scrittori di non leggere i classici e si sottolinea la loro impreparazione. Ma c’è anche chi li difende.

Francamente non riesco a capire certi attacchi. Basta essere dotati di un minimo di intelligenza e buon senso per capire che non si può leggere tutto di tutti gli autori considerati capisaldi della letteratura mondiale.

Gli scrittori intervistati non hanno letto tutto Proust? E allora? Quante sono le persone che hanno davvero finito La Recherche?

Non hanno letto l’Ulisse di Joyce? Ma se ci hanno provato e non sono riusciti ad andare avanti, che colpa ne hanno? Avrebbero dovuto continuare e farselo piacere per forza?

Mi viene in mente Dino Buzzati: lui leggeva solo ciò che lo divertiva e gli interessava, fregandosene di quello che diceva l’élite intellettuale; e non riusciva a capire perché alcune persone si intestardivano su testi impossibili quasi per procurarsi un «coma mentale», nella speranza di ottenere chissà quali frutti al risveglio.

Insomma, questa volta si è scatenata un’ondata di moralismo dove tutti hanno scoperto l’acqua calda: leggere i classici è importante, per chi legge e soprattutto per chi scrive. Ma chi ha mai detto il contrario? E perché gli scrittori dovrebbero aver letto ogni cosa? Sono anche loro comuni mortali con i propri gusti e le proprie intolleranze letterarie.

Poi è evidente che quanto più ampio e variegato è il bagaglio di letture personali, tanto maggiore è la consapevolezza di cosa sia la bella scrittura e di come funzionino le meccaniche e i tempi narrativi. Ma qui nessuno ha detto che leggere i classici non serve a nulla e che più in generale leggere non sia fondamentale per chi scrive.

Non riesco davvero a capire perché ci sia tutto questo scandalo nell’ammettere di non aver letto certi romanzi e certi autori. Del resto, anche Italo Calvino aveva ben presente il problema del tempo e nel suo saggio Perché leggere i classici proponeva una soluzione molto semplice e di buon senso:

«Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali».

Secondo alcuni, poi, la mancanza di letture di valore contribuisce a rendere i libri degli scrittori di oggi brutti e scialbi. Potrebbe anche essere vero, ma siamo sicuri che la colpa sia solo degli scrittori? Ogni anno si pubblicano tonnellate di libri, ci sono migliaia di case editrici e il numero degli autori è aumentato: credo sia fisiologica una qualità media abbastanza bassa rispetto al passato. È il mercato editoriale a reggersi su questo sistema. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

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