Le braci di Márai, quell’ansia di vedere la fine che rovina la lettura

Quando si comincia a leggere Le braci di Sándor Márai bisogna partire da un presupposto: questo libro è un tocco di legno, non un mucchio di carta.

A volte si legge con una tale ansia di capire cosa succederà alla fine che si macinano parole, frasi e pagine solo per soddisfare il prima possibile la propria curiosità. È quel che muove la lettura dei romanzi gialli, e quando ciò avviene capiamo che il libro sta facendo bene il proprio lavoro. Ma se lo stesso ritmo forsennato lo si ha nella lettura di un romanzo che fa della profondità dell’analisi e della lucidità delle riflessioni il suo punto di forza, la cosa non è altrettanto positiva. E nelle Braci, purtroppo, accade proprio questo.

Il romanzo pubblicato in Italia da Adelphi, uscito in Ungheria nel 1942, avrebbe bisogno di una lettura attenta per essere gustato al meglio. Attenzione che dovrebbe essere massima almeno da quando comincia la conversazione tra il protagonista e quell’uomo misterioso arrivato improvvisamente al suo castello. È qui l’inizio del regolamento dei conti, il momento in cui si consuma una particolare vendetta, a quarantuno anni di distanza dalla rottura della loro amicizia.

Insomma, leggere questo romanzo con la foga di un thriller è come bruciare il legno con la velocità con cui brucia la carta. Non ci gustiamo il calore e il piacere che ci può regalare, tutto finisce in un lampo.

Ma questo è un problema imputabile al singolo lettore? Credo proprio di no. Le braci, pur essendo un romanzo smilzo (poco più di 150 pagine), mi è parso in molti punti troppo prolisso e con un ritmo narrativo abbastanza sbilanciato. In più parti la dilatazione dei tempi è eccessiva.

La storia è narrata in terza persona, ma giunti alla metà diventa una sorta di racconto in prima: occupa un centinaio di pagine, infatti, il monologo mascherato da dialogo tra il protagonista e quello che è stato il suo migliore amico. Questo particolare soliloquio, dove l’interlocutore sta principalmente ad ascoltare, è di certo la parte più bella del romanzo, con le infinite domande retoriche e riflessioni. Pensieri di un profondità tale che possono derivare solo dalla saggezza di un vecchio che si è dannato per 41 anni a riflettere su quanto accaduto. Una visione freddamente razionale e per nulla sentimentale. Più volte, però, i temi si ripetono e le stesse idee vengono riproposte, allungando inutilmente la riflessione.

Più o meno si intuisce fin dall’inizio cosa ha distrutto l’amicizia tra i due personaggi, ma si continua a leggere con la voglia di avere conferme e capire dove vuole arrivare l’autore. Solo alla fine ci si rende conto che ciò che contava di più non era scoprire come terminasse la storia, ma il percorso che portava a quella conclusione.

È un paradosso per un romanzo di circa 150 pagine, ma la lunghezza eccessiva rovina in parte l’interessante analisi sulla vita, l’amore, l’amicizia e la vendetta. E questo si aggiunge al problema più grande di un romanzo per certi aspetti bellissimo: l‘eccessiva tensione narrativa creata inutilmente dall’autore.

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