La morte annunciata di uno stronzo

Ogni volta che leggo un romanzo di Gabriel Garcia Marquez mi ritrovo in una narrazione talmente ricca e densa da sentirmi trasportato dalla corrente di un fiume.

Cronaca di una morte annunciata è un romanzo brevissimo (89 pagine nell’edizione Mondadori che ho letto), ma con una quantità di storie al suo interno da lasciare impallidire tanti romanzi ben più corposi.

Il meccanismo narrativo messo a punto dall’autore è un gioiello dalla dinamica complessa. La storia raccontata è quella della morte annunciata di Santiago Nasar. Una storia di tradimenti, violenza, omissioni e vendetta, in una società, quella sudamericana, molto lontana dalla nostra, ma con punti comuni più evidenti di quanto si possa pensare.

A raccontare in prima persona è un narratore anonimo interno al romanzo, il quale però non ha nulla a che vedere con i fatti che portano al terribile omicidio: nella finzione letteraria si tratta di una inchiesta (più che una cronaca), una ricostruzione sempre più dettagliata, con tanti punti di vista, fatta a diversi anni di distanza dall’accaduto. Per tutto il libro ci si chiede chi sia a ricostruire questa storia maledetta: se si è attenti, lo si capisce chiaramente nell’ultima pagina. (Certo, forse molti di voi già sanno tutta la storiella, ma io l’ho scoperta solo dopo aver finito il romanzo, e non voglio rovinare la sorpresa a chi non la conoscesse).

Santiago Nasar esce di casa all’alba per andare a vedere l’arrivo del vescovo. I fratelli Vicario lo stanno cercando per ucciderlo. In paese lo sanno praticamente tutti, tanto da credere che lo sappia anche il diretto interessato. Ovviamente lui non sospetta minimamente cosa sta per succedere, e ad attenderlo c’è la morte.

Alla fine del primo capitolo (una quindicina di pagine) già abbiamo tutti gli elementi che compongono la storia. Ma nonostante ciò la voglia di andare avanti è tanta, rapiti dal romanzesco che muove tutta la narrazione, fino a un finale sorprendente nella sua prevedibilità. Sono i dettagli, anche i più piccoli, a sconvolgere.

Devo dirlo chiaramente, Santiago Nasar è uno stronzo. Certo, ha tante caratteristiche umane che possono anche farcelo stare simpatico. Ma quello che fa a Divina Flor, figlia della cuoca di famiglia, è davvero ripugnante.

Nasar sta uscendo dalla sua abitazione, ma quando passa vicino alla ragazzina fa qualcosa di raggelante:

«Mi strinse tutta la passera», mi disse Divina Flor. «Era quello che faceva sempre quando mi trovava sola negli angoli della casa, però quel giorno non sentii lo spavento di sempre ma solo una voglia terribile di piangere».

In Garcia Marquez è impossibile trovare una analisi psicologica dei personaggi complessa come quella che può esserci in Dostoevskij (nel Giocatore, per esempio, dove vediamo una rappresentazione precisa del conflitto interiore del giocatore d’azzardo) o in Buzzati (penso a Un amore, nel quale l’uomo innamorato che soffre è rappresentato con efficacia e sincerità). Ma lo scrittore sudamericano riesce a caratterizzare anche psicologicamente i suoi personaggi con il solo racconto delle azioni: l’episodio con protagonista Divina Flor credo sia un esempio indicativo.

Ciò che conta in Garcia Marquez, del resto, è la narrazione torrentizia, lo scavo nel passato dei personaggi, dei loro familiari, alla ricerca delle storie che li hanno formati. Da qui deriva una quantità di episodi eccezionale, tanto che alla fine del libricino sarà impossibile ricordare tutto quel che è accaduto sotto i nostri occhi.

Leggere un romanzo di Gabriel Garcia Marquez non è facile. Con la sua scrittura avvolgente e i suoi numerosi personaggi bisogna concentrarsi e gustare ogni frase per non perdersi nulla e non rischiare di trovarsi in punti della storia improvvisamente sconosciuti. Ma se si è disposti a pagare questo prezzo, ci si ritroverà immersi in una lettura appagante e coinvolgente come poche altre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *