Camilleri, Montalbano e quel meraviglioso respiro narrativo

Copertina di “La forma dell’acqua”, foto di ©Un lettore

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La prima cosa che si percepisce durante la lettura de La forma dell’acqua (Sellerio) è il meraviglioso respiro narrativo. Non credo che Andrea Camilleri sia riuscito a mantenere il ritmo per l’intero libro, ma è innegabile che la parte iniziale di questo primo capitolo della serie Montalbano sia una delle cose migliori che io abbia letto.

Far vedere cosa succede, raccontare l’ambiente circostante, i pensieri dei personaggi e le loro storie passate, serve a calare il lettore in un mondo del tutto credibile, in una storia che ha la forza di tenere incollati alla pagina. Già dalla prima riga si incontrano parole o costruzioni sintattiche caratteristiche del dialetto siciliano, ma quando c’è una capacità narrativa e un ritmo del genere, anche il lettore più lontano da quella parlata regionale passa oltre il termine sconosciuto o la frase non ben chiara e si lascia trasportare dalla corrente della narrazione.

Ormai Montalbano è un’istituzione: decine di romanzi, milioni di copie vendute, decine di film e milioni di spettatori. Tutto questo non è nato per caso, o per una buona campagna di marketing. No. Camilleri è un fuoriclasse, e te ne accorgi dopo aver letto la prima pagina.

La forma dell’acqua, come tutti sanno, è un giallo. C’è un morto, necessariamente ammazzato: due operatori della nettezza urbana trovano il cadavere di un uomo, in una macchina parcheggiata alle spalle di un polo industriale ormai dismesso. Già da qui l’autore costruisce con maestria tutto quello che c’è dietro alla fabbrica e ai due personaggi. La politica che ha creato quell’enorme scheletro, come quella zona è diventata malfamata e le storie di quei due disgraziati finiti a fare gli operatori ecologici, a lavorare in un ruolo che non rispecchia le loro qualità. Ma è il contesto a rendere tutto ciò possibile, quella Sicilia post-tangentopoli che Camilleri riesce a ricreare nella finzione del suo romanzo. Più vera di come l’avrebbe raccontata un reportage.

La scrittura ha un grande ritmo, e te ne accorgi a ogni riga. Si comincia, pian piano, a sapere sempre di più, a capire perché quella vittima è così importante. Poi compare il vero protagonista, Salvo Montalbano, il commissario che lavora nella cittadina immaginaria di Vigàta.

La classe di Camilleri la scopri quando al capitolo quattro ferma tutto e porta il racconto, sempre in terza persona, solo su Montalbano: una serie di telefonate, tutte con discorsi diretti, senza nessuna interferenza del narratore. Un flusso che aggiunge dettagli alla storia e prepara il lavoro investigativo.

Si arriva poi alla metà del romanzo e quella magia che era andata avanti per quasi cento pagine, purtroppo, svanisce. Nel momento in cui comincia a diventare più insistente la ricerca del colpevole, si perde quella qualità narrativa tanto gratificante per il lettore. Non si perde tutto, ovviamente. Viene approfondito il personaggio, il racconto è concentrato sulle azioni che accadono in precisi momenti, i dialoghi sono sempre più frequenti e lunghi. Tutto ben costruito, ma niente che possa raggiungere la piacevolezza e la profondità del racconto srotolato durante la prima metà.

Il giallo arriva a conclusione, senza troppi sussulti, toccando i temi giusti e con quel pizzico di perversione che serve a rendere attraente una storia. Il compito viene portato a termine, ma ti resta ancora nella mente la magia che si era creata in quelle prime, meravigliose, cento pagine.

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