Una donna guerriera e un uomo insoddisfatto: “Al mondo” di Radclyffe Hall

Copertina di “Al mondo” di Radclyffe Hall, foto di ©Un lettore

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Un romanzo incompiuto, per sua stessa natura, non può darci quello che possiamo trovare in un’opera completa, alla quale l’autore ha posto la parola fine. Per esempio, non si può certo pretendere una storia che abbia una costruzione perfetta, con colpi di scena e un cerchio narrativo che si chiude alla perfezione. Diventa necessario, quindi, affrontare la lettura con uno spirito diverso e provare ad afferrare ciò che di buono ha da offrirci.

Portare in libreria Al mondo, romanzo incompiuto di Radclyffe Hall, è quindi una scelta molto coraggiosa, ma fatta con grande consapevolezza da Fandango libri. L’editore romano sta pubblicando l’opera completa della scrittrice inglese morta nel 1943, e dopo Sesta beatitudine e La vita del sabato, arriva anche il romanzo incompleto che ricorda i temi de Il pozzo della solitudine, il libro più noto dell’autrice.

La storia, raccontata in terza persona, è quella di un uomo, Stephen Winter, profondamente insoddisfatto della sua vita. È un bancario londinese, ma il suo lavoro lo opprime, non riesce a sentirsi vivo. A un certo punto sente il bisogno furioso di partecipare alla prima guerra mondiale. Si presenta alla selezione, ma viene scartato a causa della sua forte asma. Crede, dopo il rifiuto, di potersi sentire più leggero: in fondo non è colpa sua, non ha scelto lui di avere questo “problema”. L’angoscia, però, continua a opprimerlo, allora decide di lasciare il lavoro e partire per una crociera nell’oceano Atlantico. Su questa nave si trova a contatto con diversi personaggi, e comincia pian piano a sentirsi meglio e provare una nuova fiducia verso il mondo.

Di assoluto interesse è il rapporto che lo lega al suo compagno di camera, Weinberg – un uomo che non si sa bene da dove arrivi e cosa faccia nella vita – e di altrettanto interesse è il rapporto che suo malgrado intreccia con Elinor Lee – segretaria di un uomo d’affari specializzato nella produzione di stivali.

Credo che il mistero che avvolge Weinberg sia ben costruito e i dialoghi tra i vari passeggeri della nave che discutono sulla sua identità siano uno dei punti migliori del romanzo, per la capacità allusiva e la comicità di certe pagine.

Il rapporto con Elinor, poi, riesce a far emergere i pensieri di Stephen sulla vita, il denaro e il successo. Il dialogo che occupa le ultime pagine del libro fa emergere riflessioni non banali sul processo che porta all’arricchimento del singolo uomo e sulle sue conseguenze. Ma probabilmente la cosa migliore è la discussione intorno al ruolo della donna nella società di inizio Novecento:

«Mi chiedo, Miss Lee, ma a lei piace il suo lavoro? Io il mio non lo sopporto!», dice Stephen. «Al momento – gli disse Elinor – la maggior parte delle donne ama il proprio lavoro. Vede, noi siamo appena entrate nell’arena, siamo fresche e inesperte e straripanti di coraggio. Ci stiamo confrontando con nuove situazioni, con nuovi ostacoli quasi ogni giorno, e questo ci aiuta a mantenerci in assetto da combattimento… Sappiamo abbastanza bene che siamo circondate da pericoli, pericoli creati dagli uomini e pericoli creati da noi stesse, e il senso del pericolo eccita e stimola; ha stimolato l’uomo in battaglia, mi dicono, be’, stimola le donne al lavoro. Siamo arcistufe delle vecchie tradizioni, non vogliamo stare a casa e cucinare e uscire e spingere passeggini; vogliamo farci largo nella vita, imparare dall’esperienza, mantenere la nostra indipendenza. Potremmo essere calpestate, ma se questo dovesse accadere, credo che la maggior parte di noi sentirà con grande chiarezza che è meglio cadere con i fucili fumanti piuttosto che tornare alla vita delle nostre madri».

Le lettrici, inevitabilmente, accoglieranno queste parole con un applauso, al quale mi accodo senza esitazione.

Nella prima parte del romanzo, invece, quando l’attenzione è tutta su Stephen, la narrazione tende a essere molto introspettiva, con l’intento evidente di provare a restituire il tormento di un uomo che si sente inadeguato e vuole trovare il proprio posto nel mondo. Purtroppo, però, credo che questo intento non trovi una realizzazione soddisfacente e in alcuni punti la lettura diventi abbastanza faticosa. Non c’è quella rappresentazione del conflitto interiore che, per fare un nome, possiamo trovare in un qualsiasi romanzo di Dostoevskij. Ma capisco bene che stiamo parlando di un gigante difficilmente raggiungibile.

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