Il commensale, una storia (trascurabile) di dolore e morte

Il commensale di Gabriela Ybarra

Quando si sente parlare bene di un libro da più parti, magari anche da persone dalle quali non ti aspettavi un giudizio positivo, la curiosità nasce spontanea e ti viene voglia di averlo tra le mani per cominciare a leggerlo. Allo stesso tempo, però, non è scontato che si rimanga soddisfatti dopo quella lettura, e allora il senso di delusione è inevitabilmente più forte. Ecco, a me è capitato con Il commensale di Gabriela Ybarra, pubblicato dalla napoletana Alessandro Polidoro Editore.

Colpito dalle numerose recensioni positive, in particolar modo da quelle di due blogger che seguo con continuità – Nuvole d’inchiostro e La lettrice geniale ho deciso di leggere il libro.

Non credo che questo romanzo-memoir-autofiction (libro difficilmente inquadrabile) sia un’opera brutta, ma – forse più perfidamente – credo sia semplicemente un libro trascurabile. Mi spiego meglio.

Materiale scivoloso

La storia raccontata è autobiografica: il nonno dell’autrice è stato davvero catturato e assassinato dall’Eta (il gruppo terroristico Basco) alla fine degli anni settanta; e davvero la madre dell’autrice è morta di cancro; e sono vere quasi tutte le altre cose raccontate da Gabriela Ybarra riguardo la propria famiglia. Il materiale del racconto, quindi, diventa particolarmente scivoloso da trattare, come ogni materiale di matrice autobiografica, soprattutto se lo si dichiara apertamente nella nota introduttiva, come fa la Ybarra. Ma l’autrice sa benissimo quanto possa essere infida la storia che ha deciso di raccontare, ed è per questo che decide di raccontarla in un modo abbastanza particolare.

Prima parte: l’assassinio del nonno

Come accennato, Il commensale è un libro dal genere abbastanza indefinito: è un libro in cui l’autrice racconta la propria vita, ma non rispetta sempre la realtà fino in fondo; allo stesso tempo, non è un vero e proprio romanzo, perché ha una divisione molto “strana” del testo, per certi aspetti postmoderna: si inseriscono articoli di giornali per ricostruire la storia del nonno rapito e assassinato, si riportano le conversazioni avute in famiglia e le lettere che si sono inviate tra loro i componenti. Insomma, nella prima parte, in cui il protagonista è il nonno di Gabriela, si ha una ricostruzione rigorosa di quanto è accaduto.

Non mi sembra funzioni benissimo, ma ha senso nella struttura narrativa, perché l’autrice non era a conoscenza dei fatti che hanno portato all’omicidio del nonno: ha cominciato a preoccuparsene seriamente solo dopo la morte della madre.

Seconda parte: la morte della madre

E qui si apre la seconda parte del libro, che ha un taglio totalmente diverso rispetto alla prima. C’è un racconto molto più intimo, mai melenso e, anzi, forse fin troppo freddo e distaccato: capisco che solo così si potesse creare il giusto distacco con la materia narrata, ma – devo ammetterlo – questo tipo di scrittura non rientra nei miei gusti personali. Cioè: l’autrice credo non approfondisca a dovere certi risvolti psicologici della vicenda, certi stati d’animo, e a volte è fin troppo frettolosa in alcuni passaggi.

Ma, nonostante questo, riconosco la potenza incredibile delle pagine in cui l’autrice racconta di quando aiuta per la prima volta sua madre malata a lavarsi. Di certo la sezione più bella e riuscita dell’intero libro. In cui traspare il vero dolore e l’imminenza della morte (quel commensale invisibile dell’incipit). Una scena del tutto simile, che credo abbia la stessa forza, l’ho trovata anche in Fedeltà di Marco Missiroli, arrivato terzo alla passata edizione del Premio Strega, e che non ho particolarmente amato.

Un romanzo trascurabile

Non sono però queste pagine a salvare l’intero romanzo, che tutto sommato, per quanto sia costruito degnamente anche in alcuni rimandi interni, credo sia abbastanza trascurabile, per le cose che racconta e per il come le racconta.

In molti hanno avvicinato a Il commensale un’autrice come Annie Ernaux. Ho letto una sola cosa dell’autrice francese: Memoria di ragazza. Ma non mi convinse per nulla. Forse da questo accostamento avrei dovuto intuire che l’opera della Ybarra, fatalmente, non sarebbe stata nelle mie corde.

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